L’area dell’Anfiteatro Campano era posta al di fuori della cinta muraria, preceduto da un fossato, oltre il quale è stato trovato un cippo (ora al Museo dell’Antica Capua) con iscrizione di età augustea, che segnava la linea del pomerio. Allo stesso periodo, seconda metà del II secolo a.C., apparteneva il primo anfiteatro, probabilmente quello in cui combatté Spartacus, abbattuto fino al livello delle fondazioni nel I secolo d.C., per realizzare il nuovo, più grande anfiteatro.
L’anfiteatro Campano è secondo per dimensioni solo al Colosseo (Asse maggiore mt 167×137) e ad esso ispirato; condivide con l’Anfiteatro Flavio il modello architettonico e i suoi tratti distintivi: la razionalità e le caratteristiche dello schema compositivo, il gigantismo, la perfezione tecnica e l’armonia delle forme.
L’iscrizione dedicatoria del monumento, rinvenuta nel 1726 presso la Porta meridionale, permise ad Alessio Simmaco Mazzocchi di presentare, ad un anno dalla sua scoperta, la prima ricostruzione del monumento, che fu completato con colonne di marmo da Adriano, e inaugurato dopo la sua morte (138 d.C.) da Antonino Pio. La presenza divina non abbandona quasi mai l’edificio, splendide statue di marmo, di dimensioni superiori al vero, spiccavano entro le arcate del secondo e terzo piano, Venere, Psyche e Adone esposte nel Museo archeologico nazionale di Napoli ne danno testimonianza. Ma sono i busti delle divinità, simboli dell’anfiteatro campano, che paratatticamente sporgevano dalle 80 chiavi d’arco del primo portico a suggellare il monumento con timbriche sacrali. La decorazione di Capua, costituita solo da divinità, rappresenta un motivo iconografico finora unico nel panorama degli edifici per spettacoli dell’antichità, che sembra esprimere un significato semantico specifico, non solo ornamentale, apotropaico o segnaletico, per guidare gli spettatori verso i settori della cavea, svolgendo una funzione altrove affidata alla numerazione, la loro presenza nell’intero circolo del portico è indice di una sacralità pregnante.